mercoledì 8 agosto 2012

Quando il dolore di un figlio diventa mortale



Quando il dolore di un figlio diventa mortale
di Lidia Ravera | 8 agosto 2012

N.d.e. ha 79 anni, G.d.d. 75, sono marito e moglie: li hanno trovati impiccati nel garage della loro villetta bifamiliare ad Ancarano, in provincia di Teramo. È stato il figlio, che abita al piano di sopra a trovarli. Vengono nominati, nei brevi dispacci delle agenzie di informazione, soltanto con le iniziali, come se fossero minori da proteggere. Come se fossero adolescenti, forse perché sono gli adolescenti che muoiono tenendosi per mano. E loro sono morti così: abbracciati. Erano vecchi, invece. Della vecchiaia di oggi, che non è pace, saggezza, riposo. È fatica, ansia, tensione. Perché arrivi all’ultimo tratto di strada ed è tutta in salita. I figli, che fino a un paio di generazioni fa, erano un investimento per il futuro, perché sarebbero stati meglio di te, più colti, più bravi, più ricchi e ti avrebbero aiutato, adesso sono lì, a dibattersi fra non lavoro, attesa del lavoro, lavoro precario. Mal pagati, mal messi, mal assestati nella vita. Bisognosi, loro, di essere aiutati. Loro, che nel corpo sono ancora forti, devono essere aiutati da te, che ogni giorno perdi qualcosa. Un po’ di efficienza, un po’ di integrità, un po’ di energia. Non è naturale. Non è naturale essere più forte dei tuoi figli. Non è naturale, ma è diventato normale.
Devi farci l’abitudine. La postmodernità va così. È paradossale.

Quando erano piccoli e tu eri una madre giovane, ti sentivi responsabile della loro felicità, del loro benessere. Ginocchia sbucciate, sconfitte scolastiche, prime solitudini, amicizie non corrisposte, paure. Accorrevi. Consolavi. Curavi.

Era quando la vita stava ancora in ordine.

Passano gli anni e diventa sempre più difficile. I dolori dei figli adulti ti spaccano il cuore, peggio di prima, perché sono dolori più grandi e più tristi, eppure non puoi farci niente. E allora il dolore dei figli diventa la misura della tua crescente impotenza. Come si sente una madre di 75 anni quando suo figlio finisce senza casa, senza un soldo, senza niente? Questo è successo a G.d.d.: il figlio, artigiano, 50 anni, era pieno di debiti. Equitalia, sezione recupero crediti. È uno che non ce l’ha fatta, uno dei tanti. Uno delle migliaia di giovani uomini e donne stritolati dalla crisi economica. Uno che ci ha provato e ha fatto un passo falso (si racconta che finì in carcere per tentata estorsione nei confronti del vicino che aveva comprato la sua casa messa all’asta), o non ha fatto il passo giusto. Ma chi è, oggi, che ce la fa? Non certo i migliori. Bisogna avere i santi in paradiso. Bisogna avere famiglie forti dietro.

Così una sera guardi tuo marito negli occhi, da un lato all’altro del tavolo, e non hai più niente da dire. Avete cenato insieme per decine di anni, avete affrontato malumori, problemi, conti che non tornano, noia, ripetizione, malattie. E adesso, che cos’è questo silenzio? Le vite lunghe sono un allenamento formidabile, i matrimoni lunghi sono patti di solidarietà, complicità, sostegno. Si litiga spesso nei momenti difficili, ci si tira addosso la responsabilità degli errori, poi si trova una soluzione, una toppa, una concausa, si spartiscono le colpe e ci si tira fuori. Questo quando nei guai ci sei tu, ci siete voi, non quando nei guai c’è tuo figlio. Allora può succedere che scenda sulla tavola quel silenzio freddo. È una stanchezza terminale, un senso di sconfitta, il tradimento delle attese. Dunque neanche questo sono riuscita a fare? Non sono riuscita a mettere al riparo, quest’essere che io ho messo al mondo. E domani, come esco per le strade del paese? Come faccio a farmi bella di lui, a farlo amare… perché c’è questo dietro le innocenti vanità materne e paterne, sulle carriere dei figli, sui loro amori, sulle loro qualità, il bisogno di costruire il rispetto e l’amore degli altri attorno a loro. È un sentimento complicato. Chi ha dei figli lo conosce.

Può portare fino alla decisione di togliersi la vita, la sconfitta di tuo figlio? Sì. La crisi economica non è un titolo di giornale. Dietro i tecnicismi e le parolette inglesi, dietro le notizie sulle fabbriche che chiudono, dietro le riduzioni del personale per cause oggettive, c’è la vita di migliaia di persone. La vita quotidiana, materiale, affettiva. Dietro la necessità di “tutelare i crediti vantati dagli enti impositori”, come scrive Equitalia in una precisazione travestita da condoglianza, mettendo all’asta una casa, c’è chi in quella casa ci viveva. Ci sono suo padre e sua madre. La vergogna e la disperazione covano dietro i digrammi, le percentuali, i numeri. Forse per questo, nessuno ha pensato a una messa in scena. A un omicidio travestito da suicidio. Colpevole magari il figlio stesso. Forse è un’ipotesi umanamente intollerabile. O forse è proprio quel dettaglio straziante, dei due corpi senza vita, ma abbracciati.

Il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2012

8 commenti:

  1. Storia un pò diversa ma simile a quella di Luca, anche lì il dolore insopportabile per un figlio, lungamente accudito, amato, curato, senza vedere mai la possibilità di risolvere e poterlo staccare da se, vederlo autonomo e adulto. Storie da tragedia greca.

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  2. Pensando ai suicidi, si considera spesso solo il dolore di chi ha compiuto il gesto estremo, non quello di chi rimane, schiacciato dal dolore e dai sensi di colpa.
    Sento piedà per tutti.
    Ciao.

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  3. Penso solo ad una loro cheta follia...che li ha portati ad un gesto che non ha nulla di generoso.

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  4. ho letto questo post con un dolore sordo nel petto, una sorta di fallimento generallizzato... e pensare che Ancarano è vicino al posto dove vivo, risiedo,lavoro ... ma non sapevo niente di questo gesto di disperato dolore!!!

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